Il mondo del ballo in Italia
17 set 2009

A cura di
Rosario Rosito
CAROSONE & CASADEI
Quest’idea di confrontare e cercare punti di contatto tra i padri della musica da ballo italiana c’è l’ho già da qualche anno. L’idea nasce da una considerazione quasi banale, casuale, che è sotto gli occhi di tutti: la musica romagnola e quella napoletana sono le uniche capaci di viaggiare all’estero con una propria forza divulgativa, senza necessitare del potente ruggito dei media, dell’aggressiva invasione di clip, streaming, multi-band ed altre impronunciabili global-diavolerie. Questo può accadere solo alle cose che hanno radici popolari. Ed è autenticamente popolare solo ciò che si afferma a furor di popolo, direbbe il compianto Riccardo Pazzaglia. Tu vuo’ fa’ ll’americano (su testo di Nisa ovvero Nicola Salerno, ricordiamolo qualche volta perbacco!) è datata 1956, quindi apparentemente troppo giovane per essersi cullata su tutte le frequenze radio di ogni anfratto terrestre in pochi anni, già a partire dagli anni ’60. Lo stesso si può dire per “Romagna mia” del 1954. Ed allora perché queste benedette canzoni, già nella loro infanzia, sono schizzate dappertutto come fossero intramontabili arie della miglior tradizione partenopea, per non scomodare quella operistica? Perché se prendi una chitarra in mano ed accenni “sento la nostalgia del passato…” ti ritrovi a supporto un coro da stadio? Perché anche un verdissimo padano si compiace di intonare “puort‘ e cazune cu’ nu stemma arreto”? L’ispirazione, Watson, l’ispirazione autenticamente popolare è la risposta.
Non si diventa Casadei o Carosone per caso. Alla fonte dev’esserci un talento cristallino ed un’innata verve artistica. La ricetta poi prevede l’aggiunta di fiuto manageriale (‘o bisiniss…) e la “capa tosta” di non mollare mai il proprio progetto. Nient’affatto facile che tutto questo risulti condensato in un unico self-made-man.
Non è un caso che ho preso ad esempio “Tu vuo’ fa’ ll’americano”. Lo stesso Renzo Arbore con la sua orchestra italiana canta “Perché non ce ne jammo in America”, riprendendo esplicitamente i temi cari a Carosone. Risaliamo allora al secondo dopoguerra ed ai primi anni cinquanta, quando in Italia si diffonde il rock and roll, il boogie woogie e dal sud America arriva il cha cha cha e, man mano a seguire, mambo, samba e tutti gli altri balli latino americani. La nuova musica penetra nel tessuto cultural/musicale italiano come in un pane di burro. Per un’infinità di ragioni. Orchestrazioni potenti, sessioni di fiati travolgenti, limpidezza di esecuzione ed ascolto, orecchiabilità delle melodie, affinità incredibile col desiderio di novità, di voltare pagina, che cullava ogni italiano in età di ragione, testi leggiadri e spensierati.
Carosone e Casadei, all’epoca, tentavano più o meno lo stesso mestiere, ma con diversa fortuna: il trio Carosone spopolava allo Shaker Club di Napoli (con Peter Van Wood e Gegè Di Giacomo), l’orchestra Casadei si trovava un po’ a mal partito nel difficile tentativo di contrastare, con mazurke, valzer e polche, l’ondata americana del boogie. Renato Carosone, più giovane di Casadei di quasi tre lustri, aveva un grande vantaggio sul collega romagnolo, quello di aver suonato per diversi anni ad Addis Abeba sperimentando a fondo la musica d’oltreoceano. In sintesi, il trentenne Carosone rapidamente trasformò il trio in una vera e propria orchestra “all’americana”, aggiungendo fiati, percussioni, contrabbasso e un vero e proprio “spettacolo nello spettacolo” con le pantomime di Gegè e la generale propensione di tutta la band a interagire col pubblico. Fu un’inarrestabile escalation di successi, Europa, Cuba, Rio De janeiro, persino alla Carnegie Hall di New York.
Carosone dunque cavalca con prontezza ed intuizione l’onda americana, rendendola vivida e sapida con gli ingredienti pregiatissimi della musicalità partenopea e l’indole giocosa ed autoironica di un popolo atavicamente abituato a nutrirsi del nuovo, ad elaborare con un’inarrestabile ispirazione ogni elemento musicale estraneo, in una sorta di fusion senza frontiere.
Casadei invece al primo impatto è spiazzato. Anche un romagnolo ha l’indole giocosa e l’istinto ad accogliere le ventate rigeneratrici della musica, ma ha bisogno di riflettere, ci vuole maggior tempo di assimilazione, deve fare i conti con una radice musicale popolare molto meno adusa a ballare tarantelle a braccetto con l’invasore. Man mano però, mentre da un lato la mente dello Strauss romagnolo rigenera l’antico progetto, adattandolo progressivamente al rinnovato gusto musicale degli italiani, con l’utilizzo ad esempio del sax, della batteria, di testi cantati molto leggiadri e di cantanti/conduttori capaci di coinvolgere il pubblico, questo stesso gusto si modifica e riscopre il fascino della musica popolare, in realtà mai del tutto assopito. Il risultato, anche per l’orchestra Casadei, è sorprendente, un vero exploit, inimmaginabile fino a pochi anni prima, in un panorama musicale che vedeva la musica popolare letteralmente derisa e sbeffeggiata dalla nuova Beat Generation.
L’intuizione di dover fare spettacolo con l’orchestra è uno dei punti comuni ai due grandi artisti. Probabilmente non ne hanno piena consapevolezza, le moderne band di ragazzi che girano la penisola in lungo ed in largo, ma hanno ereditato l’idea stessa dell’orchestra spettacolo da questi due galantuomini. È loro che devono ringraziare se esiste uno stile italiano di fare spettacolo con la musica, soprattutto quella da ballo. L’onda americana era tremenda, un uragano capace di travolgere qualunque scogliera di stili e forme indigene, almeno nel variegato campo della musica leggera, ma così non avvenne. Un uomo sconfisse il boogie, un altro lo rese mansueto e se ne servi a suo piacimento.
Due preparatissimi strumentisti, un violino e un pianoforte da favola, ed anche due autentici galantuomini, ecco altri tratti comuni che mi piace evidenziare. Secondo Casadei al violino e Renato Carosone al pianoforte erano semplicemente formidabili. Avrebbero potuto affrontare carriere concertistiche di valore assoluto. Ed il virtuosismo, come è risaputo, non si nutre di puro talento, ma richiede una vita di sacrifici, cura giornaliera della tecnica, senza pause, senza concedere nulla all’estemporaneità ed alla discontinuità. Ci vuole amore per lo strumento, passione, l’umiltà di rimettersi in gioco ogni giorno, la fiamma vivida del desiderio di sapere, la saggezza di volersi confrontare, verificare i propri limiti, con fatica, quasi con rabbia. Lo stesso Carosone si compiace di affermare (in Lettera di un pianista): “Musica, madre mia! Quando mi mettesti al mondo, il mio primo vagito fu un LA, ti ricordi? Un LA naturale. Le altre note me le hai insegnate dopo. E le ho imparate con fatica, con rabbia…”. Dal canto suo, Secondo Casadei, leggendo queste mie chiacchiere, certamente esclamerebbe: “vat alenè s la tu chitara, bucalòn, che tòt ‘e rest l’è temp’ pers’!”. Una vita trascorsa ad allenarsi costantemente, tutti i giorni, senza tregua, limando impercettibili imperfezioni, cercando a tentoni nuove strade, nuove sonorità; chi oggigiorno potrebbe aver voglia di farlo? La televisione, col miraggio del successo facile, non aiuta di certo le nuove generazioni a dissetarsi alla fonte del sacrificio…
Quale miglior conclusione se non quella di ammirare la proverbiale galanteria dei due grandi maestri! Mai uno scandalo, mai una parola di troppo, mai una polemica strumentale, un’uscita fuori posto o fuori dal seminato. Il contegno asciutto proprio di chi sa cosa vuol dire immolarsi alla fierezza di un progetto imperituro, la saggezza nel quotidiano delle sane origini popolari, la capacità, ormai smarrita dai più, di saper opporre anche dei solenni “NO” a tutto tondo, sia alle lusinghe della popolarità, sia alle scorciatoie di inaccettabili compromessi artistici.
Rosario Rosito, 17 settembre 2009
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