Il mondo del ballo in Italia
14 mar 2007

A cura di
Rosario Rosito
COME SI DIVENTA MAESTRI
'Viviamo nel mondo dell’informazione “fluttuante”. Niente di quello che ascoltiamo o leggiamo sembra essere certo. Per giunta la logica del mercato globale, dell’esistere in quanto compro/vendo, ha soppiantato, almeno per ora, la cultura dell’essere in quanto “cogito”. In questo scenario è ovvio che ognuno cerca di “prendere e dare”, in funzione delle proprie legittime aspirazioni, senza che gli venga minimamente il dubbio sull’esistenza delle reali condizioni per il successo dell’azione che intraprende. La sequenza di pensieri che generano una decisione sembra essere la seguente:
ESISTE QUESTA POSSIBILITA’ – MI PIACE L’IDEA - HO LA COPERTURA ECONOMICA – CI PROVO.
Accade probabilmente così anche per quelle persone che tentano la “carriera” di maestro di ballo, senza averne sufficiente attitudine. Facile immaginarne le conseguenze; ci sono maestri “diplomati” (un diploma non si nega a nessuno!) assolutamente sprovveduti ed incolti. Non conoscono la musica, non hanno una significativa esperienza del ballo, non conoscono l’ABC della comunicazione e della didattica e (ahimé), non di rado, non hanno nemmeno la proprietà di linguaggio necessaria a comunicare con gli allievi senza fraintendimenti. Ne ho conosciuto personalmente qualcuno per cui non esiste un aggettivo adatto a descriverne le manchevolezze e le goffaggini; l’unica definizione che rende un po’ l’idea è: RIDICOLO. La cosa più buffa è che questi “maestri” sono, di solito, inconsapevoli dell’effetto che il loro modo di porsi genera negli altri. Tentano di parlare come dei veri professionisti, citano effimere gare cui hanno partecipato senza rendersi conto di peggiorare la situazione, azzardano persino sproloqui sulla musica e sui regolamenti. L’unico pudore lo manifestano solo in occasione di convegni, meeting di aggiornamento, in cui potrebbero ballare insieme a veri professionisti: in questi casi, di solito, desistono. Evidentemente la differenza di stile è talmente grossa che persino i loro occhi, foderati di prosciutto, la rilevano. Non voglio ulteriormente accanirmi contro questi poverini, che in fondo sono più vittime che artefici di un sistema sbagliato, ma resta l’amara considerazione che la categoria dei veri maestri ne risulta decisamente danneggiata. Ed allora, come si diventa maestri? Partiamo dalle attitudini. Bisogna amare il ballo in quanto tale, non solo la “professione del maestro”; chi ama il ballo, 99 su 100, è anche stato un ballerino e conosce bene l’ambiente. Il diploma di maestro è qualcosa a cui si pensa di solito a fine carriera, quando ci si è un po’ stancati di competizioni e di balere (cosa che non avviene mai completamente) e istintivamente si pensa a mettere su una scuola, per donare agli altri la propria esperienza, innescando una “continuità” di stile e piccoli/grandi segreti, che creano “scuola”. Con questi presupposti, le risorse impegnate nella professione daranno senz’altro buoni frutti. Comincia così un percorso d’assimilazione degli strumenti necessari all’insegnamento; un percorso essenzialmente culturale e didattico, che passa attraverso l’approfondimento delle discipline da insegnare, degli stili, della comunicazione e del linguaggio musicale. Il vero maestro ha sete di sapere almeno pari a quella dell’allievo. Non ha paura di confrontarsi con chi è più bravo di lui, perché sa che dal confronto può trarre gli stessi vantaggi di una full immersion. Si concentra esclusivamente sulla sua scuola, senza preoccuparsi di denigrare gli altri, sperando di ricavarne vantaggi, e, man mano che aumenta l’esperienza, avverte la responsabilità di educatore che grava sulle sue spalle. Non si è mai dei veri e propri maestri se non si ha, oltre alla perfetta conoscenza della propria disciplina, delle materie ad essa correlate e delle difficoltà didattiche, un codice deontologico ispirato al rispetto dei colleghi, dell’ambiente in cui si opera e delle legittime aspettative degli allievi. Un allievo dovrebbe cambiare scuola nel momento stesso in cui si sente semplicemente un “cliente”, che paga la retta in cambio di determinate prestazioni, condite magari da “bollettini di guerra” contro la tal scuola rivale, senza un supporto culturale ispirato alle ragioni dell’Arte o, almeno, ad una sana pratica sportiva.

Rosario Rosito, 20 giugno 2005


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