Il mondo del ballo in Italia
23 nov 2009

A cura di
Rosario Rosito
Cosa NON dovrebbe fare un maestro
E’ abbastanza comune leggere articoli o decaloghi che provano a fissare le caratteristiche irrinunciabili, le responsabilità, la deontologia, degli addetti ai lavori, ed in special modo dei maestri, nell’ambito della danza e dello sport in generale.
In questo articolo vorrei provare un’operazione inversa, mettendo in evidenza quello che gli addetti ai lavori proprio NON DOVREBBERO MAI FARE. Definire le mancanze e le inadeguatezze, che divengono talvolta vere nefandezze ammorbanti il nostro amato mondo del ballo, può essere un ulteriore contributo al fine di creare una coscienza comune a tutti gli appassionati, per affrancarsi ragionevolmente da ogni abuso e sopruso.
Un maestro innanzitutto non è “proprietario” delle coppie. Tutti i discorsi nei quali si sente dire “la mia coppia”, "le mie coppie” sono discorsi poco chiari. La sensazione di avere sulle coppie della propria scuola un ascendente che rasenta il diritto di proprietà, è una cattivissima consigliera. Non è una pura questione di linguaggio. È naturale che comunemente si possa far riferimento ai ballerini della propria scuola definendoli con semplici aggettivi o pronomi possessivi. Quello da ripudiare è il convincimento di poter accampare diritti sulle libere scelte e sulla crescita artistica dei ballerini. La scelta del maestro deve essere sempre libera ed incondizionata, altrimenti si smarrisce la ragione prima dell’insegnamento e persino del mercato: richiesta ed offerta. L’atteggiamento da chioccia seguita dai pulcini, che spesso si può osservare in gare ed esibizioni, andrebbe decisamente abbandonato.
Un maestro non può sapere tutto del ballo. Come uno scrittore o uno scienziato o un musicista non possono conoscere tutti gli aspetti della propria materia o della propria arte, anche un maestro di ballo non deve avere alcuna difficoltà ad ammettere i limiti della propria conoscenza. Arrabbiarsi tutte le volte che qualcuno osa porre dubbi in tal senso non è serio. L’arroganza e la saccenteria sono atteggiamenti poco consoni a maestri e dirigenti.
Un dirigente non dovrebbe mai ricorrere al ricatto, in qualsiasi forma espresso. Essere tollerante, lungimirante ed elastico sono qualità indispensabili nel dna di chi riveste ruoli istituzionali o funzioni dirigenziali. Invece assistiamo frequentemente a dichiarazioni che lasciano perplessi. Ricatti, veti, censure, ripicche d’ogni genere, non fanno certamente il bene della danza.
La sete di conoscenza non dovrebbe mai arenarsi. C’è sempre da imparare, perfezionare, capire, correggersi. Chi si abitua a giudicare senza ritenere di dover dare conto del proprio operato, danneggia se stesso e gli altri. Un giudice dovrebbe saper chiedere scusa, ammettere di aver sbagliato, perché è naturale che possa capitare. Un maestro, un tecnico, un giudice, un dirigente, non dovrebbero mai dimenticarsi dei sacrifici di cui si fanno carico i competitori. L’atteggiamento giusto dovrebbe essere ispirato ad una grande umiltà, piena consapevolezza del ruolo delicato che si svolge e grande benevolenza per chi, da quel ruolo, si aspetta rispetto e comprensione.
La disinvoltura negli atteggiamenti e l’eccentricità nel modo di porsi o di vestirsi, dovrebbero essere ragionevolmente contenuti in determinati limiti. Che poi sono limiti facili da stabilire se non si perde di vista la funzione pubblica a cui si è chiamati. Un giudice è un prestatore di servizio, non un privilegiato da ammirare. Ogni esagerazione, ogni atteggiamento irriguardoso o poco ispirato a sobrietà e spirito di servizio, è palesemente sbagliato.
Le buone maniere e la buona educazione, da parte di tutti, sono qualità minime a cui non si può derogare. Bisogna pretenderle, imporle se necessario. I maestri arrabbiati, arroganti, irridenti verso gli avversari, sono figure squallide di cui il ballo può e deve fare a meno. Uno sport dove lo stile e l’eleganza sono qualità irrinunciabili non può permettersi di tollerare lazzaroni e screanzati.
Credo che possa bastare, anche se ci sarebbero tante altre cose da dire.
Rosario Rosito, 23 novembre 2009
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