Il mondo del ballo in Italia
14 ott 2009

A cura di
Sauro Amboni
Giulia Iannuzzi e la sua tesina sulla Filosofia del Ballo. Presentazione di Loredana Iannuzzi.

 

La Filosofia del Ballo

LA DANZA ENTRA A SCUOLA

CON UNA TESINA LICEALE

di Giulia Iannuzzi
 
 

La Danza è la più nobile, la più commovente, la più bella delle arti perchè non è traduzione o astrazione della vita ma è la vita stessa.

 
 
 
Presentazione
a cura della Maestra Loredana Iannuzzi
(Giornalista)
 



Loredana Iannuzzi

Nel ballo sportivo, sia esso danze standard o latine, siano le danze caraibiche oppure il ballo liscio e da sala, ma anche il flamenco o le danze artistiche, è necessaria una buona preparazione globale; dal ritmo all’equilibrio, dalla grazia all’armonia, dall’espressività al carattere.

La gestualità è un linguaggio che ha le sue radici nell’anima, nella mente e nel corpo.

 

La Danza Classica rappresenta un’ottima preparazione e queste fondamenta si trovano comunemente nelle coppie di successo.

 

Propria così Giulia, studentessa al Liceo Classico di Catania, ha presentato la tesi sulla danza con un pezzo della Carmen.

Giulia studia danza dall’età di sei anni, per lei la danza è passione, è vita. Si allena tutti i giorni, dopo la scuola e poi di corsa a casa a studiare, perché si sa il Liceo Classico è impegnativo.

Ma anche danzare è impegnativo, e Giulia lo sa bene, ma la sua abnegazione la porta a vincere, a qualificarsi ad arrivare sui podi ed ora anche a scuola dando un breve saggio della sua abilità.

Presentiamo qui di seguito la tesina che riteniamo un’utile lettura per tutti i “cultori” del Ballo, sia per la novità che rappresenta e sia per un aspetto culturale ma soprattutto per lo sfondo filosofico cui essa si ispira.

 

 

DANZA
(tesina di Giulia Iannuzzi)
 
 

Giulia Iannuzzi

 
 

PARTE PRIMA

 
INTRODUZIONE

La Danza nasce insieme all’uomo e lo accompagna durante tutta la sua esistenza dalla caccia ai mammut, dove si ballava per festeggiare l’uccisione della selvaggina, alle danza egizie eseguite durante i riti orfici, ai riti dionisiaci dell’antica Grecia, alle attività di svago per i latini; demonizzata dalla Chiesa, trova il suo sviluppo nelle festività pagane fino a diffondersi nelle corti.

Proprio alla corte del Re di Francia Luigi XIV nacque il balletto classico e poco tempo dopo, grazie alla Sylphide di Maria Taglioni nasce l’ideale romantico di ballerina eterea che danza sulle punte, quasi a sfidare la forza di gravita.

   Danza come linguaggio, danza come movimento, danza come elevazione verso Dio o come ritorno alla terra, la danza è tutto ciò,è libertà, è unione intrinseca di passioni, di energia vitale, di mente, anima e corpo.

 
 
 

FORZA GRAVITAZIONALE

 

Quando a teatro si assiste ad un balletto di danza classica non si può far a meno di pensare a Newton ed alla sua legge di gravitazione universale.

Egli affermò che due qualsiasi corpi si attraggono in ragione del prodotto delle proprie masse diviso il quadrato della distanza che li separa, il tutto moltiplicato per una costante G, detta di gravitazione universale: F= ( M1xM2:d2) x G

 

La massa è intrinseca ad ogni corpo e non è modificata dalla gravità in quanto si riferisce alla quantità di materia, il peso del corpo, invece dipende dalla forza di gravità a cui è sottoposto il corpo. Sarà dunque uguale alla massa moltiplicata per una costante detta accelerazione di gravità: P= m x g.   Che non è altro che la forza con la quale viene attratto un corpo di massa m.

 

Tutti corpi dell’universo sono legati tra loro da questa forza di mutua attrazione, detta appunto universale per la sua caratteristica di interessare la globalità degli oggetti, siano essi i pianeti del cielo o le stelle o noi stessi. Il Sole ad esempio con la sua grande massa attrae a sè tutti corpi del sistema solare, che a loro volta esercitano una forza su di esso e nei confronti di altri corpi.

 

Ma se le ballerine, volteggiando, sfidano la legge di gravità, ciò che le rende uniche ed affascinanti è senza dubbio il movimento che esse compiono girando attorno al proprio asse, così che appare inevitabile pensare ai moti del pianeta Terra e considerare come l’uomo, attraverso la danza, va verso l’eterno e verso l’infinito.

 

 


MOTI DELLA TERRA E LE TRE LEGGI DI KEPLERO

Il moto di rotazione è quello che la terra compie girando intorno al proprio asse da ovest verso est. L’asse terrestre è l’asse immaginario ( che è inclinato rispetto al piano dell’eclittica di 66° e 33) che attraversa la terra tra il polo nord ed il polo sud.

Il periodo di tempo necessario alla terra per compiere una rotazione completa , prendendo come riferimento il sole è detto giorno solare che è pari a 24 ore. Al moto di rotazione sono dovuti vari fenomeni fra cui: la rotazione apparente da est verso ovest del sole e del cielo stellato, quando in realtà è la terra Il moto di rivoluzione è quello , invece ,che la terra compie girando intorno al sole.

Durante questo movimento la terra descrive un’orbita ellittica di cui il sole occupa uno dei due fuochi. La terra , perciò, varia continuamente la sua distanza rispetto al sole. Nel punto più vicino , perielio, dista dal sole 147 milioni di chilometri, mentre nel punto più lontano, afelio, ne dista 152 milioni di chilometri.

Il periodo di tempo impiegato dalla terra per compiere una rivoluzione completa si chiama anno , il quale dura 365 giorni, 5 ore e 46 secondi.

Il moto di rivoluzione dà origine alle stagioni astronomiche che sono quattro: primavera, estate, autunno, e inverno. La terra in questo moto intorno al sole viene trovarsi in quattro posizioni particolari nei giorni che segnano le stagioni astronomiche:

 
-equinozio di primavera (21 marzo);
- solstizio d’estate (21 giugno);
-equinozio d’autunno (23 settembre);
-solstizio d’inverno (22 dicembre).
 
 
 

LE BACCANTI

 

E’ nell’antica Grecia che la danza assunse centrale importanza: dai balli dei pigiatori d’uva di Atene, che sfociavano in invasamento collettivo, nasceva il culto di Dioniso, in cui l’uomo era posseduto dal Dio in uno stato di estasi e di totale alterazione della coscienza.

 Ed è proprio da questa danza, che sarà fondamentale per la nascita della danza libera del XX secolo, che si svilupperà la tragedia in cui il coro delle Menadi ne canta e ne balla la sua essenza.

Rappresentata postuma nel 405 a.C. a cura di Euripide il giovane, figlio o nipote del poeta, che ottenne la vittoria dell’agone tragico di quell’anno, le Baccanti, composte in Macedonia sono l’ultima opera di Euripide e la più fortunata.

La tragedia fu rappresentata molte volte ed ancora oggi mantiene intatto il suo fascino per il valore enigmatico del testo, che confonde finzione e verità, gioco ed ebbrezza.

Il testo mette in scena la fascinazione e l’orrore suscitati dai misteri bacchici, attraverso immagini di grande potenza.

Ed ecco che mirabilmente le Baccanti, ispirate da Dioniso celebrano i culti sul monte Citerone, il monte che sovrasta Tebe, in preda alla furia divina , che è follia e gioia in una

fusione totale con la natura, mentre “ sulla terra scorrono fiumi di latte e scorre il vino e il nettare delle api”.

Dioniso, dio del vino, del teatro e del piacere fisico mentale si presenta nel prologo, giunto a Tebe dalla terra di Frigia per diffondere i propri culti ed afferma di aver colpito le donne con il delirio bacchico e di averle spinte a celebrare i propri misteri verso i monti: i vecchi Cadmo e Tiresia sono pronti ad adorare il proprio Dio, ma Penteo beffeggia lo straniero lo fa prigioniero e lo bandisce dalla città; quest’ultimo salito sul monte Cicerone incuriosito da ciò che facevano le donne in preda all’entusiasmo divino, finirà sbranato dalla propria madre, l’infelice Agave, che invasata l’aveva scambiata per una fiera; la testa mozzata del figlio sarà l’orrendo trofeo che la donna può vantare.

 

Tragedia complessa , incentrata sulla fragilità umana rispetto al mistero divino, sull’impotenza della razionalità e giocata sull’ambiguità di “ vedere” e “ conoscere”, si chiude con molti interrogativi e nessuna risposta, mente un monito universale svetta nel messaggio finale contenuto nel macarismos:” Felice colui che è sfuggito alla tempesta del mare e ha toccato il porto. Felice colui che ha superato il dolore.

Ciascuno rincorre l’altro e si ingegna a superarlo per ricchezza o potere. Infiniti gli uomini e infinite le speranze: alcune si realizzano in prosperità, altre svaniscono. Ma è davvero beato colui che vive la sua felicità giorno per giorno”.

 

Il razionalismo di cui fu orgogliosamente impregnata la cultura romana era intrinsecamente antitetico allo spirito delle danze estatiche. “ Nemo Fere saltat sobrius” recitava Cicerone ( L’uomo sobrio non danza).

 Pertanto non dobbiamo meravigliarci se nella grande e lunga storia di Roma non troviamo un posto d’onore assegnato alla danza. Infatti anche se Plutarco sottolineava la grazia con cui “danzavano i danzatori di Marte e Luciano definiva il “ tripudium” le più maestose di tutte le danze”, in verità l’intero fenomeno coreico va ricondotto a finalità collegate alle normali attività di un popolo produttivo e guerriero.

Ma nel periodo imperiale ,i Romani stanchi di sacrifici e guerre, abbandonata la semplicità dei loro costumi si lasciarono affascinare dalla dimensione ellenica ed orientale; nonostante le ire dei conservatori, che ravvisavano nel fenomeno i primi segni della decadenza, nell’antica Roma si ebbe la diffusione della coreutica etrusca, spagnola con le famose danzatrici di Cadice e orientale ed il ballo diventò importante sia nella vita privata che pubblica.

 

Molti autori latini hanno lasciato testimonianze di danze iberiche e orientali offerte agli ospiti durante le cene private: non a caso il massimo dello spettacolo-cena , l’Acroama, ( delizia per le orecchie) erano le ballerine di Cadice, che usavano sonagli e nacchere e si agitavano ballando.

 

Ma quando viene da pensare ad una cena romana il pensiero va subito a Petronio ed alla cena di Trimalchionis, il villano rifatto per eccellenza, che in tutte le sue manifestazioni tradisce la bassezza delle sue origini, la volgarità della sua educazione e la grossolanità dei suoi gusti tanto che la sua cena verrà descritta come una serata sguaiata ed eccessiva, ricca e volgare, che culmina platealmente con il finto funerale del padrone di casa.


 
 
 


PARTE SECONDA

 

LA QUESTIONE PETRONIANA

 

…inter paucos familiarum Neroni adsumptus est, elegantiae arbiter, dum nihil amoenum et molle adfluentia putat, nisi quod ei Petronius adprobauisset”, da Tacito “Annales “XVI

 

Per molto tempo si è parlato di una questione petroniana , finchè è durata l’incertezza sull’epoca , la persona, il nome completo ed il titolo dell’opera narrativa di Petronio, ovvero se si trattasse effettivamente del personaggio rappresentato da Tacito degli Annales: T. Petronius Niger.

 

Ma finalmente questa identificazione sembra oggi pacifica: le qualità che Tacito dà alla figura di Petronio sono tutte qualità ,infatti, che l’autore del Satyricon deve aver posseduto in modo elevatissimo. Non sappiamo se Tacito conoscesse direttamente il romanzo; se lo conosceva è lecito pensare che ne abbia tenuto conto nella sua descrizione di Petronio, ma non era tenuto a citare nella sua severa opera storica un testo così eccentrico e scandaloso.

Certi aspetti del testo, poi possono benissimo rimandare all’ambiente neroniano ed il gusto di Petronio per la vita dei bassi fondi può avere una sottile complicità con i gusti dell’imperatore. Tutti gli elementi di datazione interni concordano del resto, con una datazione non oltre il principato di Nerone. Le allusioni ed i personaggi storici e i nomi di tutte le figure del romanzo, sono insomma, perfettamente compatibili con il contesto del periodo storico di Nerone.

 

Il suo capalovoro, il Satyricon, deve molto alla narrativa per trama e struttura del racconto, e qualcosa alla tradizione menippea, per la tessitura formale.: ma trascende in complessità e ricchezza di effetti entrambe le tradizioni. Il tratto più originale della poetica di Petronio è forse la forte carica realistica, evidente soprattutto nel capitolo 15 dove diventa anche un fenomeno linguistico. Nel vorticoso avvicendarsi di disavventure , luoghi e personaggi al di là dell’intento di divertire il lettore e divertirsi raccontando sembra emergere un senso di precarietà e di insicurezza, una visione della vita multiforme, frantumata dominata da una fortuna imprevedibile e capricciosa e oscurata dal pensiero sempre incombente della morte.

 

Petronio, dunque, presenta e ritrae un mondo corrotto popolato da personaggi squallidi e anonimi, che traggono soddisfazione solo da piaceri più essenziali e immediati. Insomma egli raffigura una fascia sociale che non sembra animata da alcuna ispirazione ideale e che nella cultura del tempo non trova evidentemente spazio.

Eppure Petronio fa ciò senza compiacimento, anzi quasi con distacco, prendendo le dovute distanze, ma non senza ironia e malizia: egli, cioè non offre ai suoi lettori nessun strumento di giudizio, e non potrebbe essere altrimenti in una narrazione condotta in prima persona da un personaggio che è dentro fino al collo in quel mondo sregolato. L’originalità del realismo di Petronio sta così non tanto nell’offrirci frammenti di vita quotidiana , ma nell’offrirci una visione del reale che è critica quanto spregiudicata e disincantata: ma di una critica, come detto “estetica “ e non di natura sociale o politica, senza le stilizzazioni e le convenzioni tipiche della commedia e senza i filtri moralistici della satira: ciò che egli veramente disapprova è soltanto il cattivo gusto.

 
 
 

NEL MEDIOEVO

 

Durante il Medioevo la danza subì la condanna delle autorità ecclesiastiche che vedevano nella sua pratica il pericolo delle lascività dei costumi, data l’ostentazione del corpo in movimento e il tipo di comunicazione prettamente visiva che si andava contrapponendo a quella orale-uditiva dei predicatori,fu, però, rivalutata nella seconda metà del XVII secolo da Luigi XIV che amava molto danzare ed esibirsi in prima persona negli spettacoli di corte, ma ancora nuovamente svilita nella pura esibizione di virtuosismi tecnici, quasi divenendo un arte circense nel Settecento.

Fu , soltanto durante l’ottocento che inizia a diffondersi il Balletto romantico,basato su una nuova sensibilità, una nuova visone del mondo più libera ed appassionata, che rompe le vecchie certezze legate al sistema normativo tradizionale, dominato dal culto della ragione, per recuperare una realtà inesplorata legata al versante oscuro dell’inconscio, dando voce ai moti dell’animo, dei sentimenti, del sogno; abbandonati i temi mitologici e storici, l’azione ora si trasferisce nel mondo delle fiabe.

 

La ballerina diventa simbolo della femminilità e della bellezza artificiale ; la sua danza , nella magia del palcoscenico da vita a da una metamorfosi di forme, esprime la poesia del corpo che si anima e si abbellisce attraverso il movimento, le luci ed i colori.

…….…… ed in mezzo ad un nembo di fiori, di luce elettrica e di applausi apparve una donna splendida di bellezza e di nudità, corruscante febbrili desideri dal sorriso impudico, dagli occhi arditi, dai veli che gettavano ombre irritanti sulle forme seminude, dai procaci pudori, dagli omeri sparsi dei biondi capelli …… (Giovanni Verga, EVA, Tutti i Romanzi, Firenze, 1983).

 
 
 

Per il Saggio completo clicca qui.

 

Galleria fotografica
Scuole di ballo - Consigliate
spazio riservato
alle scuole consigliate
Scuole di ballo

Vicenza (VI)

Via dell'Edilizia 110, 1 piano

Palazzolo sull'Oglio (BS)

Roccella Ionica (RC)

Via Marina, 2 sopra dopolavoro...

Ricerca partner

33 anni - Per imparare/migliorare

Ancona (AN)

33 anni - Per imparare/migliorare

Ancona (AN)

57 anni - Per fare competizioni

Roma (RM)