Il mondo del ballo in Italia
14 mar 2007

A cura di
Rosario Rosito
IL METRONOMO
'Quando Johann Nepomuk Mälzel, inventore e costruttore di strumenti musicali, nonché meccanico della corte di Vienna, si recò dal suo famosissimo amico Ludwig (van Beethoven) con la sua nuova invenzione tra le mani, doveva avere la faccia felice e spavalda di chi sa di aver inventato qualcosa di speciale. Li immagino i due teutonici, che discutono con passione sulle possibilità d’impiego di quel nuovo aggeggio; eravamo nel 1816 e, probabilmente, i due amici non potevano rendersi conto di quale capillare diffusione avrebbe avuto il metronomo.
Lo stesso Beethoven, ormai già quasi completamente sordo (l’anno precedente aveva interrotto ogni attività di pianista e direttore), non dovette ricavarne gran beneficio, se i battiti non li senti…..
Ma com’è fatto un metronomo? Si presenta come un pendolo capovolto; l’asta millimetrata scandisce in maniera visibile, e soprattutto udibile, un movimento costante, la cui velocità è regolabile con un contrappeso che può scorrere lungo l’asta, in una scala variabile di valori compresi tra 40 e 208 battiti (oscillazioni) al minuto. Questo strumento è universalmente usato dai musicisti per fissare in modo inequivocabile l’andamento (velocità d’esecuzione) di una composizione. In sostanza funziona nel modo seguente: si pone il contrappeso sul valore voluto, per esempio 100, e si fa partire l’asticella che comincia ad oscillare, proprio come un pendolo capovolto, scandendo con un click ogni oscillazione; il valore impostato è denominato “velocità metronomica” e corrisponde al numero d’oscillazioni al minuto (nel nostro esempio, 100 oscillazioni al minuto). Il musicista sincronizza la propria esecuzione sui battiti del metronomo, come se seguisse la bacchetta di un direttore d’orchestra, per abituare la mente a quella determinata velocità. Ovviamente il metronomo è usato nelle prove, mai in esibizione; perché la musica è fatta d’interpretazione, con parti rallentate, altre accelerate, esitazioni, note ritenute, insomma non è possibile stare dietro ad uno strumento che “batte” inesorabilmente sempre alla stessa velocità.
Al vecchio metronomo con sistema ad orologeria (cui si da “la corda” proprio come si fa con i vecchi orologi meccanici) oggi si sono affiancati i metronomi elettronici, molto più piccoli ed economici: essi non hanno più l’asta graduata, ma un display, sul quale s’imposta la velocità desiderata. I moderni sequencer elettronici (tastiere, moduli, hard disk player, ecc.) sono tutti dotati di metronomo elettronico incorporato, che, oltre alla normale funzione didattica per cui il metronomo è nato, permette di variare, a proprio piacimento, la velocità di riproduzione delle song, dei midifile, e di tutto quanto precedentemente composto o “caricato” sullo strumento.
Il musicista esperto, il metronomo, ce l’ha incorporato, nel cervello, proprio come le tastiere elettroniche. Basta osservare un direttore d’orchestra per rendersene conto; si concentra, ripensa un istante agli incisi più espressivi dell’opera che sta per dirigere, e con gesto sicuro ed inequivocabile vibra nell’aria con la bacchetta alcuni colpi “a vuoto”, come il più preciso dei metronomi, dando immediatamente l’andamento giusto ai professori d’orchestra: è l’attacco, un momento cruciale per qualunque esibizione, perché se lo si sbaglia è una catastrofe.
Prima del fatidico 1816, tutte le composizioni musicali avevano, come indicazione d’andamento, unicamente, le frasi esplicative che il compositore indicava sulla partitura musicale: largo, larghetto, adagio, andante, moderato, allegro, presto, prestissimo. Le velocità corrispondenti erano le seguenti:

Largo: da 40 a 58
Larghetto: da 60 a 63
Adagio: da 66 a 72
Andante: da 76 a 104
Moderato: da 108 a 116
Allegro: da 120 a 160
Presto: da 168 a 192
Prestissimo: da 200 a 208

Ulteriori distinguo si ottenevano affiancando all’indicazione d’andamento, un aggettivo: poco, molto, assai, grave, con moto, con poco moto, ma non troppo, ecc.; si ottenevano in tal modo locuzioni di questo tipo: largo assai, allegretto ma non troppo, moderato poco sostenuto, allegro con moto, allegro con brio, e mille altre sfumature. L’interpretazione che gli esecutori davano era, manco a dirlo, molto soggettiva; tutto era reso ancora più imperscrutabile dalla mancanza di modelli comuni: non esistevano i dischi, le registrazioni, e gli scambi culturali erano un miliardo di volte più lenti di adesso. Per quanto concerneva le danze, chi potrebbe mai dire qual era l’effettiva velocità di una sarabanda, o di una giga, o di un minuetto, tanto per citarne alcune? A giudicare dalla difficoltà tecnica d’esecuzione con gli strumenti musicali antichi, molto meno precisi e maneggevoli di quelli moderni, plausibilmente gli andamenti dovevano essere meno brillanti di quelli che attua il musicista moderno che esegue musica antica; questa teoria e confortata anche da una considerazione psicologica: la vita scorreva meno frenetica, il modo di percepire il ritmo era assolutamente più cauto e circospetto, niente era concepito come “usa e getta”; detto tra noi, e mi si passi la battuta, forse si viveva meglio non vi pare?
Per la cronaca, Mälzel brevettò la sua invenzione a Parigi, dove aprì la prima fabbrica per la costruzione di metronomi, e morì a La Guaira, in Venezuela, nel 1838.
Rosario Rosito, 6 aprile 2005
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