Il mondo del ballo in Italia
14 mar 2007

A cura di
Rosario Rosito
IL VIDEOCLIP
'Nel 1981 su MTV irrompono i primi videoclip, una rivoluzione nel rapporto televisione/musica, forse non originale in senso assoluto; per la prima volta però i filmati non derivano da un testo scritto su copione, ma dalla fantasia scatenata da un brano musicale. E questo non è poco se si considera che, da oltre cento anni, cioè da quando è stato inventato, il cinema non ha fatto altro che rappresentare testi, copioni, dialoghi, insomma progetti scritti in precedenza e portati al vaglio del produttore. Sono una rarità i film che privilegiano l’immagine rispetto al testo. Facciamo però un piccolo passo indietro. Al contrario di quanto si pensa comunemente, l’idea di rappresentare la musica con immagini, non è nata né coi videoclip, né coi loro immediati antenati (video Juke box, cortometraggi musicali degli anni 60 e 70), ma è un’idea, un progetto, che l’uomo ha sempre cullato e tentato con alterna fortuna. Certo, in epoche precedenti l’invenzione del cinema, le immagini non potevano essere altro che le rappresentazioni teatrali dal vivo. Ma il concetto non era diverso da quello che ha ispirato i videoclip: i balletti, il melodramma, le opere liriche, erano rappresentazioni audio-visive di ispirazione musicale.
Oggi i videoclip sono realizzati, non di rado, da famosi registi. L’industria della produzione musicale ha capito e fatto sua la forza evocativa e divulgativa dell’immagine associata alla musica, ma risulta ancora un po’ casuale nell’impostazione coreografica del prodotto. Accanto ad opere assolutamente perfette ce ne sono altre i cui contenuti coreografici sono fiacchi, lasciati alla fantasia dell’artista, che, talvolta, soprattutto se è una star, si arroga il diritto di avere l’ultima parola anche sui tagli, in fase di montaggio. I registi stessi non sono dei coreografi e spesso le immagini, pur essendo spettacolari ed appropriate, risultano legate in modo banale o poco organico al brano rappresentato. Non è per niente un caso che i videoclip più godibili siano quelli dei brani maggiormente ritmati, dove c’è sempre una coreografia originale di ballo che sovrasta con la sua plasticità l’intera opera: passi di hip hop, funky, modern jazz o anche semplici ammiccamenti fatti con movimenti originali facili da ricordare e da ripetere. Pensiamo ad esempio a cosa è stato il boom di Asereje delle Las Ketchup, ai clip della Lopez, all’epopea di Michael Jackson, e chi più ne ha, più ne metta.
Sono, invece, un tantino scettico sul reale impatto delle immagini maggiormente descrittive, magari itineranti, che accompagnano i brani di andamento più tranquillo; sembrano talvolta degli inutili tentativi di imbrigliare la fantasia dell’ascoltatore-spettatore, per indirizzarla in un determinato contesto spaziale e temporale. Tentativi spesso inutili, dicevo, perché se è vero, com’è vero, che le immagini stimolano la fantasia, è altrettanto realistico supporre che la forza evocativa della musica sia un fenomeno assolutamente soggettivo, per intensità ed originalità, tale da non lasciarsi docilmente guidare dalla fantasia di un regista, preconfezionata nel videoclip.

Rosario Rosito, 30 maggio 2005


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