Il mondo del ballo in Italia
14 mar 2007

A cura di
Rosario Rosito
INCOMPETITION
'La colpa è di mia moglie, che mi ha obbligato ad assistere all’ennesima gara. Tralasciando i preamboli, sono sprofondato nella noia più profonda. Confusione, approssimazione, poi ancora confusione e poi ancora approssimazione; il tutto condito da un background musicale da manicomio – suoni indistinti, assurdamente enfatizzati sui bassi, musichette ripetitive sino all’ossessione - Questa tortura è durata otto - ore – otto. La gara? Inesistente. Almeno che non vogliamo chiamare gara quel via vai di coppie, che, cinque o dieci per volta, entravano in pista, accennavano poche decine di secondi di ballo (spesso urtandosi e impacciandosi a vicenda), uscivano dalla pista ed infine, recitando loro malgrado il ruolo che si sentivano gravare sulle spalle, aspettavano il turno per passare a ritirare la coppetta. Esultando, persino (ma con poca convinzione, a dire il vero).
Queste non sono competizioni ma recite. I maestri recitano il ruolo dei giudici; i direttori ed i presidenti predispongono un copione con improbabili regole per ancora più improbabili interpreti. Gli atleti fanno finta di non capire e le mamme fanno finta di esultare. I papà fanno finta di non accorgersi della rapina subita (tra iscrizioni, biglietto d’entrata e parcheggio...un vero salasso). L’unico personaggio realistico era il DJ, con l’espressione talmente annoiata e rassegnata che, ad un certo punto, ho avvertito il dovere “civico” di offrirgli un caffè. Per dirla alla Fabio Concato, che domenica bestiale!
Sto scherzando, ma non troppo. Lancio, a chi ha esperienza per rispondere, tre quesiti su mille possibili:

- Perchè si affittano enormi strutture (palasport), costose per tutti (organizzatori e partecipanti), che innescano l’esigenza di accorpare gare in un solo giorno, alimentando frettolosità, approssimazione, disagio (anche acustico).
- Perchè non si semplificano i criteri di giudizio, rinunciando alla scandalosa figura del maestro/giudice/con/proprie/coppie/in/gara, puntando maggiormente sull’impressione artistica che la coppia induce nel giudice e nel pubblico, palesando il più possibile i giudizi nell’immediata conclusione dell’esibizione.
- Perchè, come in tutti gli altri sport simili, le coppie non devono esibirsi una per volta, almeno nelle finali (affittando sale più piccole e meno costose e diluendo le gare in più giorni, questo sarebbe ampiamente possibile; risulterebbe migliore anche l’acustica e ne beneficerebbe lo spettacolo in ogni senso, anche quello relativo all' adeguatezza del costo del biglietto d’ingresso).

Un genitore fa tanti sacrifici, non solo economici, per mantenere e sostenere il figlio o la figlia nel suo percorso di formazione nell’ambito della danza. Il vestitino, le scarpine, le retta mensile, l’incoraggiamento, l’accompagnamento, l’assistenza (panini, bibite, tutina, giubbotto, merendina, pulitura vestiti e scarpe, thermos col caffè per tutta la “comitiva gara”, alzataccia alla sei del mattino, allestimento sala trucco nei servizi igienici del palasport, ecc. ecc. ecc.) per cosa? Per vedere i propri pargoli entrare ed uscire dalla pista nella totale confusione, nel disinteresse, nel caos rimbombante di un freddo palasport?
Se non si trovano alternative valide, almeno smettiamola di chiamarle competizioni. Oppure, se proprio vogliamo dargli una parvenza di gara, facciamolo più alla buona, con scioltezza e buongusto, lasciando trasparire l’approssimazione senza tentare goffamente di mascherarla, puntando maggiormente sulla qualità dello spettacolo (musica compresa). Da questo punto di vista, sono molto più godibili le gare televisive di “ballando con le stelle”: le coppie si esibiscono singolarmente con piena soddisfazione, non debbono sottostare ad astrusi programmi e complicate regole, la giuria da giudizi dichiaratamente soggettivi e, proprio per questo, pressochè incontestabili. Ricordo gare, neanche tanto tempo fa, che ospitavano le esibizioni di campioni affermati, con grande soddisfazione degli spettatori. Gare con eliminazione diretta, col giudice che ti tocca sulla spalla invitandoti ad uscire di pista, sino a che resta in gara la coppia vincente. Erano queste situazioni emozionanti, che interessavano ed esaltavano il pubblico, lasciando capire, senza compromessi di sorta, che in fondo si stava assistendo ad uno spettacolo, e che il giudizio soggettivo del giudice faceva parte di un’ineluttabilità funzionale all’evento, come uno scivolone, un errore, un colpo di fortuna, un premio. Non vorrei sembrare nostalgico ma, perdinci, ci si divertiva per davvero! Oggi, la “competition” (in inglese fa più effetto...), non è né carne né pesce. Si cambiano e si ricambiano le regole, i programmi, le classi (a, b, b1, b2...tra non molto finiranno le lettere dell’alfabeto e cominceremo ad usare gli ideogrammi giapponesi), si organizzano seriosi corsi di preparazione per giudici (anch’essi divisi in classi gruppi e sottogruppi...ma è proprio una mania!), si fanno le scissioni (come a Scampìa). Il risultato? Noia, insoddisfazione e una vaga puzza di losco nell’osservare l’operato degli ormai mitici “maestri/giudici/con/proprie/coppie/in/gara”.
Per onestà di cronaca devo, però, dire che a mio personale giudizio, domenica scorsa, sia il direttore di gara sia i giudici/maestri/con/proprie/coppie/in/gara/ sono stati piuttosto bravi ed imparziali e, in quelle condizioni, non è cosa di poco conto.
Rosario Rosito, 22 novembre 2006
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