Il mondo del ballo in Italia
07 nov 2013

A cura di
Rosario Rosito
Ma dove va la danza sportiva?

Il quadro generale di questo sport è semplicemente disarmante.
I ballerini/atleti si iscrivono alle Asa/scuole e queste si affiliano ad un'organizzazione che propone gare, campionati e tutto il resto. Sembra tutto ovvio, ma non lo è.
Non lo è perchè il settore amatoriale e quello agonistico si intersecano e si scambiano i ruoli senza sosta. Non lo è perchè non esiste una sola federazione ed un solo campionato, ma si contano a grappoli come in un vigneto, al di la della conclamata (seppur stucchevole allo stato dei fatti) differenza tra Federazione sportiva nazionale, federazioni amatoriali, e tutto il cucuzzaro di sigle sinergiche alla danza ed allo sport non agonistico.
Non c'è ovvietà perchè non ci sono regole universali, ne giudici per applicarle, ne arbitri, ne uomini di sport: ci sono solo maestri, adattati alla bisogna in qualunque ruolo. Ma dove vanno i maestri?
Domanda retorica. I maestri vanno allo sbaraglio in cerca di un assetto che consenta loro di insegnare e guadagnare. Un assetto impossibile da trovare se non dopando il sistema, che vorrebbe essere sportivo, e finisce invece per essere spettacolo di cabaret, condito di battute, tradimenti in scena e fuori scena, simulazione di gare all'insaputa degli attori/atleti che credono di gareggiare veramente.
Ed allora la domanda del titolo: dove va la danza sportiva?
Ha una sola risposta: da nessuna parte.
Resta lì, ferma al palo, tra un commissariamento e l'altro, tra indignazioni vere e simulate, tra un pantano di sigle, associazioni di maestri, abilitazioni vere e presunte, soloni e vecchi tromboni che pontificano a se stessi e si compiacciono di quanto siano giusti e corretti.
C'è chi ricorda i bei tempi, chi si rammarica per le occasioni perse, chi ci riprova per la milionesima volta e tutti, ma proprio tutti, pensano di essere nel giusto, ammirandosi allo specchio col vestito nuovo.
Quindi? Taca banda! Come nei corridoi giganteschi di Wall street, si sguinzagliano mute di maestri in cerca di materiale umano; sono sempre loro, ma in veste di PR (pubblic relations man), vendono biglietti, inviti, affiliazioni, assicurazioni, sogni. Poi si vestono in ghingheri e paillette per mettersi a bordo pista a giudicare; sono sempre loro, ma in veste di giudici. Quindi di corsa alle palestre per allenare competitori, amatori, vecchiette, divorziati, dal tango argentino al tacatá, tutto fa brodo.
Ed eccoli alle riunioni, tra maestri, tra dirigenti, tra giornalisti, nei programmi televisivi, nelle ASA, nelle associazioni, nelle commissioni, agli stand delle fiere ma, soprattutto, negli STAGES, l'invenzione magica per arrotondare i magri bottini mensili. Alla fine di tutto questo frenetico trasformismo, degno del miglior Arturo Brachetti, ci sono persino quelli che trovano il tempo di prepararsi e gareggiare tra i professionisti!!
Un monumento, un monumento maestoso e gigantesco dovremmo fare ai maestri, che cantano, portano la croce e girano la manovella di tutta la macchina della danza sportiva. Invece siamo sempre lì a subissarli di critiche e pernacchie.
La danza non va dove vogliono i maestri, ma va dove NOI TUTTI la indirizziamo.

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