Il mondo del ballo in Italia
31 mar 2008

A cura di
Rosario Rosito
Quel gran ballo della Romagna
Il clarino di Mirco Gramellini svirgola che è un piacere. Lorena, cantante vestita come la Trilli di Peter Pan, ondeggia sul palcoscenico con voce piena e un sorriso scintillante. Le luci dell’Odeon, sala da ballo di Santarcangelo di Romagna, piroettano in un arcobaleno di flash colorati. I ballerini seguono, come se fossero mossi da fili invisibili e perfetti, l’onda della musica. A me, profano di mazurke e polke, cresciuto a Bob Dylan e Rolling Stones, mi sorprendono: c’è felicità pura in questo ballare, c’è un balzo gioioso al cuore nelle giravolte sempre più veloci delle coppie, nel volare dei piedi, nell’intrecciarsi delle mani, nel roteare dei lunghi capelli delle ballerine. Mi ricredo di colpo sul ballo liscio e sulla sua musica: questa è una grande storia, una cultura profonda e popolare che, attorno al gioco dei clarini e al vibrare dei violini, ha modellato l’anima più vera della Romagna.
Non faccio in tempo a dirlo che mi prendo il primo rimbrotto: ‘La nostra musica non è liscio. E’ folk romagnolo – mi dice Riccardo Chiesa, avvocato di Forlì ed erudito su tutto quello che sa di Romagna – Fra Rimini e Lugo, fra Faenza e l’Adriatico, qui si balla saltellando. Sulle piste dei locali si vola, non si scivola. I piedi accarezzano il pavimento, non strisciano. Liscio è una parola di origine padana. A Bologna si balla lentamente: quello è liscio, da noi è ballo alla romagnola’. Ecco, con un rimprovero, comincia questo strano viaggio musicale lungo la via Emilia, lungo la statale numero Nove, terra a Sud del fiume Po, terra di nebbia e zanzare, di orizzonti dai quali spiccano solo i campanili e gli argini dei fiumi e dei canali. E, a sorpresa, terra di un esercito di musicisti.
 
Amedeo Tamburini compie 51 anni mentre il clarino di Mirco Gramellini intona i suoi auguri. E’ un clarino in do, mi spiegano. Nel folk romagnolo si suona questo complesso strumento intonato do e non in si bemolle: è ‘garrulo e pettegolo’, mi dice Chiesa. E’ per suonarlo bisogna essere bravi. Amedeo, fotografo a Rimini, quattro volte, assieme a sua moglie, campione italiano di ballo, è la mia prima guida in questo universo musical-danzante. Mi spiega: ‘Devi aver pazienza: aspetta le una, le due del mattino e vedrai scendere in pista quelli bravi’. Ho pazienza: è sabato, l’Odeon si riempie in fretta, qualche lustrino, qualche abito lungo, alcune minigonne audaci, eleganza da festa paesana. ‘E’ gente normale –mi dice Angelo Di Summa, proprietario del locale – Impiegati, commercianti, operai. Al sabato l’età media è più alta, venga al giovedì o alla domenica pomeriggio e vedrà molti ventenni’. Al tavolo di Amedeo sono seduti un boscaiolo, un panettiere (in piedi dalle quattro del mattino precedente), una commessa di un mobilificio, due operai, un’insegnante di filosofia (che controlla che in sala non ci sia qualche suo studente) e un venditore di piscine. Alle nove e mezza l’orchestra attacca i suoi valzer veloci. Nessuna esitazione o attesa: la pista si affolla in un secondo e non ci saranno più soste. Poche le pause in poltroncine al riparo delle colonne. Si consuma in fretta l’unico drink della serata. Il ballo è più importante e qui si volteggia senza posa per almeno cinque ore. Si sfiorano le tre del mattino prima che le luci si attenuino. Ed è vero: dopo mezzanotte, piroettanno ballerini perfetti e serissimi, allievi di scuole di ballo, virtuosi e vanitosi come pattinatori sul ghiaccio. Uno spettacolo vederli. Mirco accelera il suo clarino e loro giravoltano ancor più velocemente, vorticano come piccoli tornadi. Gran bella cosa, il ballo. ‘E’ una passione, una medicina’, mi dirà, il giorno dopo, Francesco Lega, 63 anni, faentino, il più importante fra i collezionisti dei dischi di folk romagnolo. Già, il ballo anche come terapia. ‘Sono guarito dalla depressione’, mi racconta Paolo, ballerino di Santarcangelo. ‘Dopo un incidente, i medici prevedevano che avrei avuto difficoltà perfino a camminare – ricorda Sabrina, ballerina a Rimini – Non esiste: io volevo tornare sulle piste da ballo e ci sono riuscita’. Sono oltre sessanta le balere e le sale da ballo aperte tutto l’anno in Romagna, una quarantina le orchestre e centinaia i complessi con meno di cinque musicisti: il folk, da queste parti, è roba seria, cultura, economia, società. Alla scuola da ballo delle Sirene Danzanti, periferia di Rimini, hanno mille e duecento allievi: è la più grande della Romagna.
 
Va bene, faccio il nome che devo fare: Casadei. Per noi, non romagnoli, il folk è Casadei. Raoul Casadei, per l’esattezza. Sbagliamo ancora: non solo perché le orchestre-mito in questo triangolo di terra fra gli Appennini e l’Adriatico, fra il corso del fiume Sillaro e quello del Reno, sono davvero decine e decine, ma basta viaggiare per i primi paesi dell’entroterra romagnolo per capire che, noi, stranieri in questo frammento d’Italia, non sappiamo quasi nulla di questo folk. Non sappiamo, ad esempio, che il Rubicone qui, non è conosciuto per le avventure guerriere di Giulio Cesare, ma per il filo rosso della musica che viaggia lungo i suoi argini. Tutto è nato lungo le sponde di questo fiumiciattolo senza pretese. A Savignano sul Rubicone, all’incrocio fra via della Pace e via della Libertà, ci sono gli uffici della CasadeiSonora. Spingo un battente a forma di spartito musicale (sono le note in tre quarti di Romagna Mia,scolpite in ferro battuto) e rimango stupito a guardare decine decine di foto che, in questa terra, sono più di un’icona venerata. Vi è ritratto un uomo quasi tondeggiante, dallo sguardo serio, ma gioviale, due baffetti ben curati, i pochi capelli pettinati con la brillantina e un violino appoggiato sulla spalla. Si chiamava Aurelio, ma era conosciuto come Secondo Casadei. In Romagna tutti hanno un soprannome e lui, zio di Raoul, secondo figlio di una famiglia di sarti, è stato il profeta del folk, lo Strauss della Romagna. Già, Johann Strauss….
 
Andiamo con ordine: il primo protagonista di questa storia è Carlo Brighi, conosciuto, per la sua passione per la caccia, come Zaclèn, ‘l’anatroccolo’. E’ figlio di contadini. E’ nato, nel 1853, a Fiumicino, tre vecchi casolari sulle sponde del Rubicone, e, più che la zappa, ama il violino. A tal punto da finire a suonare nell’orchestra di Toscanini. ‘Zaclèn era un genio – racconta Riccardo Chiesa – Intuì subito che i valzer di Strauss erano una rivoluzione. Nelle corti aristocratiche si cominciava a ballare in coppia. Basta con i minuetti e le quadriglie: i corpi si potevano sfiorare, toccare, intrecciare. Zaclèn voleva far uscire quella musica dai salotti dell’aristocrazia, voleva portarla nel suo mondo di contadini romagnoli. Nelle aie e nelle feste di cascina’. Zaclèn voleva aiutare Cenerentola a realizzare il suo sogno. E’ una ribellione contro la miseria e la fatica. Fra i cascinali della mezzadria e i poderi umidi, fra filari di pioppi e piadina cotta sulle cucine a legna, il folk non poteva che nascere in Romagna: terra mazziniana, repubblicana, anarchica, massone, ribelle. La chiesa si schierò contro il ballo di coppia bollato come immorale. Fino a mezzo secolo fa, l’assoluzione era negata a chi non prometteva di star lontano dalle balere. ‘Le suore mi guardavano male – ricorda Riccarda Casadei, figlia di Secondo, dallo strano nome femminile, omaggio al compositore tedesco Richard Strauss – e mi dicevano che mio padre faceva un mestiere del diavolo’. Zaclèn era capace di miracoli laici: con un semplice gesto di un dito, accelerò i ritmi del metronomo, scomparve la lentezza dei valzer viennesi. Lui fece vorticare i ballerini, privò il valzer di tutti gli orpelli da corte imperiale e si mise a suonarlo nei veglioni romagnoli.
 
Secondo Casadei, nato nel 1906 (centenario quest’anno) a Sant’Angelo crebbe con la musica dell’orchestra di Zaclèn. Ne era stregato. Il violino era il suo destino. A sedici anni salì, per la prima volta, su un palcoscenico: alla Società di Mutuo Soccorso di Borrella di Cesenatico. Due anni ancora ed Emilio Brighi, figlio di Zaclèn, lo chiama nella sua orchestra: primo concerto a San Martino di Villafranca. Quaranta lire di compenso (un sarto, all’epoca, 1924, prendeva quattro lire a rate per un vestito) e un sorprendente assolo di Mazurka variata. Quattro anni più tardi, Secondo, appena ventiduenne, mette su la sua prima orchestra: un nuovo primo concerto, questa volta alla pensione Rubicone (ma come poteva essere altrimenti!) di Gatteo a Mare.
 
Nasce così la leggenda di Casadei: quasi mezzo secolo di storia romagnola a suon di valzer, mazurka e polka. Sarà lui, sulle orme di un jazz ancora in fasce, a far suonare sax contralto e batteria a fianco dei violini e del clarino. ‘I piedi non si potevano fermare quando sentivi mio padre suonare’, dice Riccarda Casadei. ‘Il ballo è una malattia. Allo stesso tempo è la medicina – spiega Francesco Lega – Io ero un piccolo contadino nelle campagne di Faenza: i vicini di casa, alla domenica, accendevano un vecchio grammofono e invitavano coppie di amici a ballare. Mi mettevo seduto sotto un salice e rimanevo lì ad ascoltare la musica fino a quando non faceva notte’. Storie antiche di una Romagna contadina: il ballo come un’unica occasione di corteggiamento fra innamorati, come una festa gioiosa, ingenua e ardita.
 
Il folk romagnolo, grazie a Secondo Casadei, riuscì a sconfiggere, nel dopoguerra, perfino l’ondata del boogie-woogie, ,l’uragano dei balli americani. Un giornalista del Resto del Carlino lo ribattezzò ‘il liberatore‘: era il musicista che aveva liberato la Romagna dalla musica yankee. Il maestro osò ingaggiare perfino una cantante: Arte Tamburini, nel 1952, fu la prima donna salire sul palcoscenico assieme ad un orchestra. E due anni dopo, Secondo incide, quasi per caso, Romagna Mia. E’ nato l’inno del folk: quattro milioni di dischi venduti, perfino Pavarotti e Francesco Guccini (e dicono anche Karol Wojtyla) sorpresi a cantarla. E i primi juke-box fanno conoscere Casadei in ogni bar della riviera adriatica.
 
Secondo Casadei muore nel 1971. La Romagna è, anche per merito suo, un mosaico di balere e sale da ballo. Il turismo della riviera è esploso: questa non è più terra di contadini, ma di pensioni, alberghi, piccole fabbriche, contadini che sono diventati agricoltori. Sono anni di benessere, di ricchezza improvvisa e faticata. Raoul Casadei, allora, suonava la chitarra e faceva il maestro elementare in Puglia: alla morte dello zio, gli manca un anno alla pensione, ma si dimette lo stesso. Lascia le cattedre di scuola e torna in Romagna. L’orchestra adesso è sua. E Raoul divide i romagnoli: ‘Ha tradito il folk. Lo ha snaturato e reso commerciale’, dice chi è più legato alla tradizione. Si dividono le strade di Riccarda e di Raoul Casadei. Cammini diversi per la figlia e per il nipote. Aziende differenti: Riccarda custodisce, con passione, il patrimonio del padre. Raoul segue altre direzioni, cerca nuove contaminazioni, va oltre i confini della Romagna. ’Mio zio era un innovatore – avverte Raoul – Ho seguito la sua strada: c’era bisogno di aria nuova, di festa, di allegria. Ho creato un’orchestra spettacolo e ho portato la musica di Secondo fuori dalla Romagna. L’ho fatta conoscere all’Italia e al mondo’. Vero: Raoul, a leggere curiose statistiche, è conosciuto dal 90,3% degli italiani. Più del Presidente della Repubblica. Raoul fa indossare minigonne da vertigine a Rita Baldoni, la sua cantante, più conosciuta come Rita Coscialunga. FestivalBar e radio Capodistria (la prima emittente ad accettare gli ‘auguri’ e le ‘dediche’) fanno volare Raoul. La sua musica non è né liscio, nè folk: ‘E’ suono italiano, è musica solare’. Pensate: Raoul non suona più da oltre vent’anni, ma alzi la mano chi lo sa. E solo da pochi anni il figlio Mirko, poco più che trentenne, anche lui musicista di chitarra, ha ripreso la guida dell’orchestra di famiglia. Un’altra rivoluzione: ‘Io sto provando a fare un pop-folk’. Più ballo di gruppo che di coppia, musica da piazza più che balera.
 
Non c’è un finale alla storia del folk romagnolo. I ballerini continuano ad affollare le sale da ballo (la Cà del Lisco a Ravenna è un tempio, il Piteco a Godo di Russi è luogo di pellegrinaggi, lo scatolone dell’Odeon a Santarcangelo è amatissimo. E ancora: le Case del Popolo, i circoli Arci, le case per anziani si trasformano in piste dove si volteggia non appena qualcuno soffia dentro un clarino). L’estate è un apoteosi ballerina. Sono due le Navi del Sole che salpano da Cesenatico per prendere il largo assieme a legioni di danzatori: si balla e si mangia sulle onde leggere dell’Adriatico. Il ballo alla romagnola è meglio, molto meglio di un rave-party. Alle sei del mattino, al bagno Corrado, a Gatteo a Mare, foce del Rubicone, davvero fiume del folk, mentre i bagnini sistemano la sabbia, si accendono microfoni insonni: e taca con la musica, il sole sorge e si balla il folk sulla spiaggia.
Andrea Semplici
 
Notizie e bibliografia dell’autore:
 
Rosario Rosito, 31 marzo 2008
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