Il mondo del ballo in Italia
30 mag 2014

A cura di
Rosario Rosito
ROMAGNA MIA, ITALIA MIA

Quell’Italia li, del 1954, non faceva sconti ai ladri, né ai corrotti, né agli imbecilli. Era un’Italia piena di stimoli, dolcemente affrancata dei disastri della guerra, desta come il suo inno esclama.
La sua gente, la nostra gente, volgeva lo sguardo all’orizzonte con una fiducia coinvolgente. Gli occhi brillavano entusiasti e stupiti davanti ai tubi catodici dei 17 pollici Allocchio Bacchini, dei Radio Marelli, dei Telefunken, in tutti c’era la consapevolezza piena di essere all’inizio di una nuova era.
Questo era lo scenario in cui la mente fertilissima di Secondo Casadei osservava, malinconicamente, la sua casetta di Gatteo a Mare. Un tourbillon di note di violino cullava i suoi pensieri, tentava la sua fervida indole compositiva, sino a che qualche frase dalla penna scivolò su un foglietto ingiallito: “Sento la nostalgia d'un passato - Ove la mamma mia ho lasciato - Non ti potrò scordar - Casetta mia - E in questa notte stellata - La mia serenata - Io canto per te….”.
Un accordo minore, poi subito la dominante per ritornare sulla tonica, non c’è armonia più semplice e scontata, eppure… eppure… con una manciata di magiche note melodiche, guizzanti come acqua pura di fonte, nasce ROMAGNA MIA, l’inno dell’Italia popolare, l’inno del ballo italiano, l’inno delle persone semplici ed operose, quali sono i contadini romagnoli degli anni ’50.
Gli italiani parlavano i dialetti ed il professor Cutolo dalla Tv tentava di acculturare tutti perché, come dirà poi Alberto Manzi, “non è mai troppo tardi”. Giovinette e massaie ammaliate dai Caroselli compravano i primi rossetti, la saponetta Palmolive, il profumo Paglieri e, pensate un po’, non esistevano ancora gli assorbenti e neppure la carta igienica!
Chi è ancor giovane non capirà alcune di queste citazioni, è un fatto semplicemente anagrafico, le cose che negli anni ’50 furono celeberrime oggi sono quasi totalmente sconosciute.
Ciò nonostante, mia figlia Janis, che ha appena 6 anni, quando accenno quel valzerino in Re minore, alle prime note della celeberrima melodia, mi sovrasta a squarciagola: “Romagna mia, Romagna in fiore, Tu sei la stella, Tu sei l’amore…”
Quell’anno a Sanremo (si…esisteva già!) vince Gino Latilla con “Tutte le mamme”, davanti ad Achille Togliani (“Canzone da due soldi”) e Franco Ricci con una drammatica “E la barca tornò sola”. Gli Italiani le cantano, i cantanti e le orchestre le inseriscono nei repertori, la Radio nazionale continua a trasmetterle. Allora come adesso il mezzo mediatico, Tv e Radio, era essenziale per decretare il successo di una canzone.
Secondo Casadei proprio in quel momento va a Milano, La Voce del Padrone, la sua etichetta discografica, l’ha chiamato per un’incisione. Ed è quello il momento magico in cui tira fuori dalla sua cartella quel valzerino che tanto lo intriga e che, provvisoriamente, ha intitolato “CASETTA MIA”. Dino Olivieri, direttore artistico, al primo ascolto ha un sobbalzo e sentenzia: “’Sta cosa mi piace”. Insieme decidono che il titolo giusto dev’essere “ROMAGNA MIA”, perché suona meglio, perché è più rotondo, più rispondente al refrain orecchiabile. A metterci voce e sentimento sono chiamati Fred Mariani ed Arte Tamburini.
Radio Capodistria prende a trasmetterla e il brano scoppia come un petardo di bocca in bocca, da orecchio ad orecchio, da una balera all’altra, nel fischiettare di un muratore sull’anodo, nei coretti chiassosi delle mondine, nel viso specchiato di un uomo che si sbarba al mattino, sulle corde della Eko di un chitarrista principiante, insomma… tra il popolo, a macchia d’olio, irresistibilmente.
Nelle valige dei turisti della riviera romagnola il disco viaggia all’estero, in tutto il mondo, diventando un cult ancor prima che se ne accorga la TV, estraneo alle orbite ammalianti del festival nazionale, brillando di luce propria.
Il successo di ROMAGNA MIA è un raro caso di autogenesi musicale. Risponde ad algoritmi sconosciuti, che nessun manager può intuire o pianificare. C’è riuscito però Secondo Casadei, con una ricetta casereccia a base di Tagliatelle e Sangiovese, osservando la sua casetta di Gatteo a mare e dando retta, caparbio come sanno esserlo solo i grandi artisti, alle felici vibrazioni del suo violino.
Rosario Rosito, 29 maggio 2014

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